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LE RUBRICHE DI RADIOGAS - Cinema |
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MANUFACTURY DISSENT
di Rick Caine e Debbie
Melnyk
(Canada 2007, DigiBeta ’74) -
sezione “Lo stato delle cose” |
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Si può partire con l’intento di
girare un documentario
biografico - celebrativo sul
pluripremiato regista Micheal
Moore (Bowling at Colombine,
Faranheit 9/11, Sicko) e
cambiare la natura del proprio
lavoro strada facendo? E’ ciò
che è successo ai due canadesi
stimatori del regista che nel
raccogliere materiale su di lui,
intervistando amici,
collaboratori e critici
cinematografici e con l’utilizzo
di materiali di repertorio
(registrazioni, giornali…)
vedono emergere
contraddizioni,altre verità e
polemiche che destrutturizzano
il personaggio di Moore con le
sue stesse armi.
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Se in “Roger e Me” il regista
americano tentava con tutti i
mezzi e con perseveranza di
intervistare Roger Smith,
direttore della GM per metterlo
sotto accusa senza riuscirci mai
(durante questo documentario si
scopre in realtà, che l’ha
intervistato due volte), i due
filmaker provano a strappare un
incontro a Moore senza alcun
risultato, seguendolo per mesi,
essendo ostacolati e aggrediti
durante alcuni meeting e
conferenze che tentavano di
filmare e dove l’interessato
riusciva sempre a sfuggire. Quel
che viene fuori da questo
documentario, articolato e con
molti dialoghi ma scorrevole, è
una critica ai metodi utilizzati
da Moore nei suoi film, dove
spesso attraverso falsificazioni
di materiali, montaggi
fantasiosi e non cronologici,
conduce gli spettatori a dedurre
un messaggio preconfezionato. |
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Quel che viene fuori da questo
documentario, articolato e con
molti dialoghi ma scorrevole, è
una critica ai metodi utilizzati
da Moore nei suoi film, dove
spesso attraverso falsificazioni
di materiali, montaggi
fantasiosi e non cronologici,
conduce gli spettatori a dedurre
un messaggio preconfezionato.
Per molta gente lui è la
personificazione dell’ America
scontenta di Bush e della guerra
in Iraq, rivelatore di verità
indiscusse e giustiziere
popolare; è sicuramente una
persona capace e attiva (nel
2004 ha promosso un tour nelle
Università americane per
combattere l’assenteismo nelle
elezioni), tuttavia è uno show
man a tutti gli effetti, che
cerca consensi delle masse
utilizzando gli stessi mezzi del
sistema che critica.
Si esce dalla sala con la
sensazione che, se ancora ci
fosse bisogno di ribadirlo,
l’informazione è sempre un po’
manipolata, che vale comunque la
pena di vedere e ascoltare se si
mette in moto un’autonoma
capacità di valutazione e che il
cinema è sempre un po' finzione
anche quando si presenta come
verità.
In “media stat virtus” o in
"media stat virus"? |
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Chiara Lamagni |
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