|
|
 |
LE RUBRICHE DI RADIOGAS - Cinema |
| |
|
|
IL GATTO A NOVE CODE
di Dario Argento
(Italia,1971)
con James Franciscus, Karl
Malden, Catherine Spaak |
|
|
Questa pellicola è il secondo
episodio della cosiddetta
“trilogia animalesca” di
Argento, comprendente anche “L’uccello
dalle piume di cristallo”
e “Quattro mosche di velluto
grigio”, ma mentre nel primo
film l’animale era visibile, qui
diviene uno dei tanti trucchi
del regista per indurre lo
spettatore verso lidi
prestabiliti. Infatti di gatti
in questo film proprio non ce ne
sono, se non sulla bella
locandina.
|
Ma veniamo alla trama.
In un centro di ricerca medica
viene fatta l’agghiacciante
scoperta che lega una natura
votata alla delinquenza ad un
determinato tipo di DNA, ma lo
scienziato che ha fatto la
scoperta viene ucciso e si
innesta una catena di delitti
per mano di un killer che cerca
di cancellare chiunque sia
coinvolto parallelamente alla
vicenda.
La polizia brancola nel buio, ma
saranno un
giornalista(Franciscus) e un
cieco (Malden), testimone
involontario, a cercare di
sciogliere una trama dai
risvolti macabri, con indagini
che li porteranno ad una realtà
turpe e maledetta.
L’ambientazione è una Torino che
stregherà il regista e tornerà
spesso come location in vari
film, compreso il capolavoro "Profondo
Rosso".
|
 |
 |
Gli ingredienti caratteristici
già presenti nel primo film del
regista, come ad esempio un
sapiente gioco della tensione,
qui vengono perfezionati ed
enfatizzati, una certa ritualità
scaramantica che ha accompagnato
le riprese è ben tangibile, e
l’elemento novità è
l’introduzione massiccia di un
taglio avanguardistico
eccellente quale la ripresa
soggettiva effettuata
direttamente dal punto di vista
degli occhi del killer, tecnica
che si rivela ottimo espediente
per soluzioni sceniche, nonché
spina dorsale del profondo senso
d’angoscia che si intende
provocare nello spettatore.
Nelle riprese agli interni, i
lunghi corridoi sono una
costante di rallentamento
dell’azione necessaria alla
crescita di questa angoscia, e
sinuose tende rompono i silenzi
come un laccio tagliente che da
esse esce, stringendo alla gola
e lasciando allibiti per
l’irruenza.
Le scene di omicidio si fanno
più efferate e grottesche, il
tutto come nello stile del
regista, alternato a momenti di
calma e di poesia, con risvolti
di tenerezza messi a
disposizione per essere infranti
come fragili vetri, taglienti
come lame.
Il protagonista maschile è un
James Franciscus che non ha il
carisma del Tony Musante del
primo film, ma qui c’è più
spazio per i comprimari, come il
bravo Karl Malden, (uno dei più
celebri nasi del cinema n.d.r.)
nel ruolo del non vedente,
mentre è più incisivo il ruolo
femminile, affidato ad una
Catherine Spaak sbarazzina e
vagamente femme-fatale, ma con
il carattere della nascente
emancipazione, da lei afferrata
a piene mani, ricalcante lo
spirito di inizio anni ’70.
Insomma un ottimo film da
riscoprire, e da guardare
lasciando possibilmente una luce
accesa. |
|
|
|
| |
Daniele Nuti |
| |
|
|